Sidol&Primavera.
Fine anni Settanta.
Un letto a castello per sognare in duplex.
Nel letto di sopra, mio fratello assorbiva i sogni più sani, lasciando a me il resto; entità che rimbombavano tra la tappezzeria psichedelica e la moquette (se non ricordo male) arancione.
Incubi, in sostanza.
E poi arrivava la domenica del rame.
Senza preavviso, nel riverbero dell’alba, mia madre si metteva a schiodare la composizione di pentole dalla parete della cucina.
Annerite dal fumo delle sigarette, dai peti natalizi delle mie zie e dai sacramenti che tirava mio padre a cena, era per loro giunto il tempo della lucidatura.
E così, la carenza di sogni e il lamento di quel metallo, nel suo commiato all’adorata parete, mi obbligavano al risveglio.
Sempre ero il primo a entrare in cucina nella domenica del rame.
L’esercito di pentole mi attendeva disteso sul tavolo.
Materno, l’abbraccio mi consegnava le armi del giorno: Sidol e stracci.
Con gesti meccanici, come se fossi cresciuto solo per quello, mi trovavo seduto per terra, con la prima pentola tra le braccia, nell’atto urgente dello sfregare, del lucidare.
Passavo così la domenica, adulto tra il rame.
Finito, tornavo bambino, nell’urlo della mia infanzia.
E sudato guardavo mio padre, nel brunire del giorno, riappendere quel mondo limpido dai riflessi più profondi. Lo sguardo rapito, per sempre.
La fatica della limpidezza ho scoperto nella domenica del rame.
Ed è in questo marzo, lontano 30 anni da quei muri e da quel rame, che mi sorprendo nella nuova primavera.
La notte dalla finestra aperta, senza un fratello sulla testa, mi porta le urla della vita, dall’infanzia del cosmo.
Le rondini come stracci spazzano il cielo, i miei occhi pieni di verderame riconoscono la fatica della natura, la fatica della limpidezza.