Archivi per Autore: ‘Cecilia Resio’

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Per te

Ieri mattina le baguettes mi sembravano più lunghe di venti centimetri e i miei passi scossi da incertissimo incedere.
Io come Atlante, portavo il mondo sulle spalle, ignorando la geografia, disperdendo orientamento.
La notte aveva avuto le sue ragioni, perlopiù temporalesche e l’asfalto piangeva le sue pozze allagate di cielo.
La mia faccia riflessa in una vetrina disponeva i miei capelli a raggiera e la banca che ospitava il mio duplicato restava ferma e contenuta come solo una banca è in grado di fare.
Avevo il circoscritto bisogno di baciarti, ma tu non c’eri.
Come la lettera che aspettavo nell’ottantuno, come il controbattere di mio padre nel settantasei, come la risposta ad un annuncio nel novanta.
Il tempo reale non ha mai avuto fantasia né solerzia.




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Se tu mi avessi detto sì,
tutto sarebbe stato in forse.




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Alle quindici e quarantuno, osservando un uomo sui cinquant’anni osservarmi attraverso la vetrina, ho pensato ai danni provocati dalla simulazione.
L’ho pensato perché quest’uomo aveva sottobraccio una nuovissima consolle Wii Fit e il suo sguardo tradiva la consapevolezza che stava per diventare un uomo conscio della sua forma fisica.
Metterà i suoi piedi induriti dagli anni sull’apposita piattaformina e guarderà un allenatore virtuale insegnarli a rendere più armonioso il suo corpo, a tonificare tutte le cose mosce che possiede e – laddove non riesca Nintendo, riuscirà la chimica e tutte le cose mosce saranno solo un brutto ricordo.
E a casa ci sarà un figlio avuto dalla sua prima moglie che è diventato un eroe della chitarra, simulando di suonarla con Guitar Hero.
E a Natale, tutti insieme: lui, la nuova donna del papà e la nonna (che sa come stare al mondo), simuleranno di giocare a bowling.
Che spasso.
Tra fare finta e immaginare c’è un abisso.
Immaginare è più pericoloso, ti porta in palazzi misteriosi con ascensori difettosi e falsi piani, immaginare ti disorienta, talvolta ti sporca per davvero, ti divora e risputa, come nuovo, anzi un po’ migliore.
Per immaginare hai bisogno di una nuvola veloce, di un chiaroscuro, di un odore.
Di una voce.
Fare finta è arrivare senza aver fatto il viaggio, è sudare senza aver corso, scopare senza aver baciato.
Fare finta è roba da puttane, da politici, da vigliacchi, da piccoli adulti.
I bambini immaginano, non fanno mai finta.
Noi grandi sappiamo violentare un’idea, imbruttirla a nostro piacimento, devastarla con le buone intenzioni, renderla volgare.
Quelli che fanno finta soccombono sotto i loro alibi, hanno seppellito i moventi, hanno venduto l’anima a una televendita, solo per vedere scorrere il loro nome in sovraimpressione.
E, fateci caso, lo fanno sempre in buona fede.
Non mi è mai piaciuto fare finta, il gioco vero può essere guidato solo dalla fantasia.
Non c’è invenzione se il motore non è il nostro cervello, ma una strategia di marketing di una multinazionale.
Fingere di far qualcosa è dimenticare di poter saperlo fare per davvero.
Scrivere con la penna d’altri vuol dire non piacersi per come si è davvero, adescare con l’inganno, far specchiare le allodole.
Imitare è non essere fino in fondo, esistere in superficie, dissipare le proprie risorse in favore di un abigeato di parole.
(furto di bestiame, prima parola del vocabolario che mi è sempre piaciuta, qui citata a casaccio)
Se voglio andare in pasto, scelgo io da chi farmi mangiare.
Da sempre.




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Dossi di seppia

Tienimi forte i polsi
così che le mani
impallidiscano
come sa fare al viso
lo scandalo
quando s’imbatte in gente
senza fantasia




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No, non ce l’ho

Solo qualcuno è a conoscenza della mia capacità di trasformazione.
Al bisogno m’invento eroe di guerra, dama di compagnia, fata, lolita e zia.
Volpe e cartone animato, serial killer, topo e insegnante di trombone.
Vampiro.
Discinta e in uniforme, bisognosa d’amore e sprezzante del pericolo.
Alfiere e damone, soprattutto infedele e crociata.

Una parola.

t’as une cigarette?

E il buio cola cola
e ammanta scivola sulle fontane e sui muri di palazzi tesi, borghesi, presuntuosi nella loro mole illuminata
fa neri i cancelli dell’Eliseo con le inferriate lucidate luccicanti,
illustri le sedie del Jardin de Luxembourg vuote di sederi
le aiuole silenziose, il prato rigido di freddo gli asini nelle stalle gli alberi che sognano piume nuove fra le foglie
Il buio ingrassa la notte e ingravida i pensieri
il cielo è nero d’astuzia e d’immobilità

t’as une cigarette?

E accesa rimango solo io a guardare il declino di questa notte ruvida e casuale.




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Quale sia la saggezza, io non lo so.
Dove sia il torto e a chi attribuirlo, non saprei.
Io non sono una donna con la testa fra le nuvole, non sono una donna coi piedi per terra.
Sono qualcuno capace di amare e per farlo ho bisogno di spazio, più che di tempo.
Quando ti ho incontrato ho creduto di sapere quel che stavo facendo, ho coperto i fiori sapendo che sarebbe arrivato il gelo, ho spuntato le radici per dare alle foglie una pagina minore, mi sono nutrita di parole e di suoni, ho immaginato tanto bene da rendere la mia ombra un po’ simile alla tua e ho imparato a camminarci dentro, sfasandomi solo un poco.
Tutto questo non ha bisogno di essere spiegato, non c’è stato un vero inizio e non ci sarà una vera fine.
C’è un durante.
Quello che non avviene nelle storie comuni perché il durante sta in mezzo e lo si dà per scontato, c’è, è il tempo normale, quello che si consuma.
Noi prima e dopo non abbiamo avuto e non avremo mai nulla e questo limbo ci procura un piacere innaturale che appaga e spaventa.
Forse siamo idealisti e stanchi viaggiatori.
Un giorno, l’ultimo, uno di noi due sembrerà cattivo.
La ferocia sta nel distacco e anche nell’ostinazione, quindi non ci sarà dolcezza e nemmeno grande determinazione.
Strano, solo a pensarci mi si rallenta il cuore.




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Per Sofia, ragazzina bionda

Stai alla larga dalle constatazioni, ama il prossimo tuo, non quello di adesso.
Quando cammini guarda il cielo, sputi ed escrementi meritano le tue suole ma non il tuo sguardo.
Sii fiera di te stessa, padrona delle tue mani e delle parole, impara l’eloquio ampio, non abbreviare, non fare congetture, illuditi.
Prendi i fischi per fiaschi, fanno meno male e ti giri a vedere chi è stato.
Canta, stona, non vergognarti, guarda vicino a te che quando si guarda lontano si diventa piccoli rispetto all’orizzonte.
Meravigliati della luna piena ogni volta che lo diventa, della velocità delle nuvole anche quando sembra che non ci sia vento, ricorda che hai perso dei denti per far posto ai nuovi, dimenticati degli insulti inutili e ricordati di quelli che hai meritato, fatti la doccia e guarda l’acqua che s’infrange sulle tue ginocchia, fai finta d’affogare, trattieni il respiro, credi ai fantasmi, parlaci.
Non temere, temi, abbi paura, trova il coraggio, coltiva la pazienza, odiami e riabilitami in quanto madre ignorante, sii lungimirante, appassionata, vera, lucida, profumata, coraggiosa e timida, matta e sensata, persegui l’incoerenza e sarai più equa con te stessa.
Vivi ogni giorno con dolcezza, cattiveria, attesa, rigore, piacere, odio.
E’ questa la vita, amoremio: un bel casino.




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La cosa nella pancia

Uno sguardo è un progetto.
Per quello hai stabilito che io non debba rivolgerlo verso di te, non su quella terrazza, non ordinando quel vino, non sorridendoti in quel modo.
I tuoi occhi mi hanno accecato, dal primo giorno in cui non ti ho guardato, dal primo giorno in cui ti ho svisto.
Mi ha garbato la tua compattezza da uomo che mente quando serve e serve mai, perché casomai di te si ha solo bisogno.
Non pensavi di arrivare ad amare la rinuncia, la fermezza, la coerenza.
Quel che ti stanca può tramutarsi in ossessione.
E ora mi spii, cane alla catena ed annusi da lontano la mia coda ferma che tornerà ad agitarsi solo quando tu rallenterai il ritorno, dilatando l’andata.
Piano, vai piano che ho fretta di baciarti.




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Parigi, lettera a me, molto medesima

(cadenza)
Il sole spara le sue frecce nella stanza,
elogio alla polvere che danza e distrae,
diminuisce la profondità dello sguardo,
lo arresta e lo moltiplica in piccoli miraggi.
E’ dunque tutto qui,
in questa calma apparente,
dove la compressione dei desideri ha preso l’aspetto di un’esistenza sobria,
dove ogni ideale è diventato qualcos’altro.
E tu dov’eri?

(incitazione)
Dov’eri quando hanno fatto di te carne da macello?
Eri lì e lasciavi fare,
scostavi la camicia e mostravi il collo bianco al boia,
favorendogli il lavoro.
Come sempre sono i tuoi sì, la tua migliore affermazione.

(articolato dolcemente)
Implora a te stessa di non cadere,
di ricordare che anche per illuminare hanno inventato gli Interruttori

(sottovoce, epilogo)
Qualcuno sta scuotendo gli alberi per te e presto il tuo corpo sarà ricoperto di foglie.




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H

Resta, resta in piedi in questa folla urgente.
Così che possa riconoscerti anche da lontano.