Le storie d’amore sopravvivono quando innescano il principio della creazione,
in qualsiasi forma si manifesti.
(Parigi, pensando a noi che ce la stiamo facendo, nonostante)
Le storie d’amore sopravvivono quando innescano il principio della creazione,
in qualsiasi forma si manifesti.
(Parigi, pensando a noi che ce la stiamo facendo, nonostante)
Non posso perdonarmi.
Ed io lo so che sai il perchè, anche se fingi il contrario.
è perchè anche tu, proprio come me, non puoi perdonarti di aver lasciato che il tempo scivolasse.
Non possiamo perdonarci la stessa colpa, quella che tiene insieme le budella e che, vile, non ci fa morire.
Guardaci adesso, vigliacchi ad occhi chiusi.
Chi lo avrebbe mai detto che ci saremmo ridotti a spolverare cassetti pieni di glorie.
chi lo avrebbe mai detto che ci saremmo svegliati immobili e vecchi.
la mancanza è qualcosa che fa il cielo più vasto
e toglie il nome alla folla
i marciapiedi di pioggia son specchi per suole
e io muoio per finta un miliardo di volte
Respiro a stento guardando i lampioni
che incandescendono a patti,
laggiù in strada
tu sei il dio delle mie iridi,
dello specchio convesso,
tu sei il signore delle corde e mie vocali
tu sei consonante ai miei dsdr
languo,
nel fine ultimo di un giorno prossimo
che ci vedrà ancora insieme,
disguidi e tempesta
e soli
in questo buio tanto ambito.
è sul palco, davanti al microfono, parla e dice:
“non voglio parlare all’umanità!
no, non voglio, no!
io voglio parlare all’unanimità!
questo è il senso di ciò che non ho intenzione di dire.
né a voi qui, né ad altri lì.
questo è un comizio.
dunque, comiziamo.
e per comiziare bene vi ripeterò una cosa che non ho mai detto e dico ora per la prima volta e che dovete considerare un buon inizio anzi, un buon comizio: me! me! me!
ve lo ripeto affinché comprendiate e compendiate in uno il tutto.
e sappiate che la somma di fattori diversi non fa primavera, però neanche finta! sappiatelo.
il mondo ha bisogno di me!
l’unanimità ha bisogno di me!
e non se ne fa niente di voi!
l’unica cosa che dovete fare voi -siate qui o lì siate- l’unica cosa che dovete fare è dire: me!”
sale sul palco un tale.
dà una spintarella all’oratore che cade in terra.
il tale prende per i piedi il folle e lo trascina fuori.
parlare senza dire niente di nulla di niente guardare di nuca quando si lascia
così feci
perdere l’appetito di fronte a un piatto sugoso di lenticchie cotechino purè vino sforzato di qualità rossa che meraviglia nervetti e cipolle di antipasto crème caramel di dolce ma mica tanto anche troppo dolce quando la mangi
così feci
le lenzuola ricordano praticamente niente ci è passato un esercito di lisce femmine ogni volta che si rientra tra loro (lenzuola) solo dormire godersela per la freschezza cercare il punto ancora più fresco negli angoli del letto dove i piedi ci vanno solo se vuoi davvero chi se ne frega di chi quanta ci è passata di lì senza lasciare traccia nel cuore di ormai pietra lavica uscita da un pezzo da un vulcano che non è un vulcano ma un cazzo
così feci
verso la civiltà ci sono quei sentimenti che nessuno dovrebbe fare fatica a indovinare perché se facesse fatica sarebbe stupido a perdere tempo dietro alla civiltà e anche ai sentimenti sulla civiltà che neppure vale la pena di nutrire e infatti non si nutrono ma si lasciano morire di fame
così feci
lo sguardo rivolto al sole si mette gli occhiali da sole
così feci
e lo sguardo rivolto alla luna si tiene gli occhiali e cerca il sole nella luna di ogni giorno che passa morto di inedia
così feci
spegnere il giradischi sul più bello
così feci
un uomo scende lungo la via chiede aiuto a chi passa nessuno passa di fianco a lui tutti passano da un’altra parte fanno finta di passare bene il tempo che passano facendo vero passatempo di sè
così feci
seduto sul gabinetto, immagini cosa
così feci.
ragion sperata e ragion voluta
portano l’uomo in strade sbagliate
il capolinea non è giunto
l’equilibrio è sempre possibile
tolleranza e pace ti tengono eretto
la vita scorre più facile con un sostegno appropriato
il funambolo innamorato porta a termine lo spettacolo
con successo
Ed aveva un’aria dismessa quella sera là. Che poi non era una sera particolare, ma uguale a tutte le altre.
Se ne stava appoggiato al muro di mattoni rossi.
Un muro qualunque di una via qualunque.
Il punto è che i mattoni rossi li aveva sempre odiati. Troppo rettangolari, troppo porosi, con quell’odore di qualcosa asciugato male.
In ogni caso quella sera là se ne stava appoggiato al lato di questo muro di mattoni rossi con una gamba alzata ed un lembo della sciarpa che seguiva la direzione del vento. Una banderuola sgualcita a dargli fastidio.
Si rollava ‘sta sigaretta, pensando che, forse, se l’avesse fatta a bandiera, gli avrebbe fatto un po’ meno male alla salute.
“Salute!” Si sentì gridare all’improvviso un po’ più in fondo alla via.
Era Zio Gino, l’ubriacone del paese.
Non aveva mai avuto un vero motivo per dedicarsi all’alcool. Semplicemente diceva che la forma delle bottiglie gli ricordava le donne. E che le donne lo avevano rovinato.
In sostanza si era rovinato da solo, ad inseguire quelle curve sinuose e vitree, che gli regalavano falsi istanti di allegria.
Se solo avesse saputo quanto fosse ridicolo e commovente, se solo avesse saputo che il suo diavolo lo stava accompagnando verso la miseria e la morte, allora e solo allora, forse, avrebbe smesso di bere.
E poi c’era la Dalia, che era quella che asciugava i bicchieri. Non è che facesse il caffè o spreparasse i tavolini.
La vedevi sempre lì, con ‘sto stracciolino colorato in mano, ad asciugar bicchieri. Senza mai alzare lo sguardo. Potevi anche chiederle se ti dava un Braulio o una spuma per il bimbo.
Ma lei niente, stava lì concentrata a togliere tutta quell’umidità superficiale.
Ma quant’era bella, con quell’espressione intenta e lontana.
Sì, lontana, perché aveva la mamma che viveva in Brasile, una certa panzona color caffelatte che con la Dalia non c’entrava niente, dicevano.
Dicevano anche che era la figlia illegittima del sindaco, mai riconosciuta.
Fatto sta che lei stava sempre lì ad asciugar bicchieri vuoti. Bicchieri dove, qualche momento prima, la gente ci aveva versato dentro le proprie chiacchiere, poche risate e, talvolta, lacrime.
Successe tutto d’un tratto.
Come quei lampi estivi che squarciano in mille reticoli il cielo.
Arrivò il tipo con la sigaretta rollata, quello che prima stava appoggiato al muro di mattoni rossi quella sera là, una sera qualunque in una via qualunque dove c’era un bar qualunque con gente qualunque e la Dalia che asciugava i bicchieri.
Tirò fuori ‘sta pistola, urlando.
Non si capiva bene cosa.
So solo che urlava parole dalle vocali lunghe, così lunghe che parevano ululati.
Urlava, con ‘sto ferro tra le mani che muoveva in maniera convulsa.
Urlava e sputava.
Allora Zio Gino, che quella sera si era concesso con oculata dedizione ai vini del Friuli Venezia Giulia, gli camminò incontro, sorridendogli paonazzamente.
Fu un colpo sordo, secco, arido nel suo spargersi.
Semplicemente, esplose. Lui, il cencio a fargli da sciarpa, la cicca tanta cartina poco tabacco. E di nuovo lui. Tutto d’un colpo.
Zio Gino ruttò un po’ di ribolla gialla, mentre quell’altro cascò all’indietro, pieno di pezzi di acciaio e polvere da sparo bruciata male.
Si propagò il silenzio giù per la notte.
E allora, per la prima volta, la Dalia alzò gli occhi.
Fu questione di pochi istanti ed i bicchieri tornarono a bagnarsi, di acqua calda e salata.
Ora ho sentito dire che asciuga pavimenti.
- Dove sei stato?
Che domanda idiota: puzzavo di vino da far schifo!
- Al bar. Con Nino e Tony.
- Tony ha chiamato intorno alle 11. Ha chiesto di te, poi quando gli ho detto che eri uscito ha riabbassato.
- E infatti è venuto al bar. Sai com’è lui.
- No, non lo so. Spiegami, com’è?
Per quel che ne sapevo era solamente un altro alcolizzato che faceva poche domande e sapeva tante storielle simpatiche. Poi quella sera non si era fatto neppure vedere.
- Bè, è fatto così, con la testa tra le nuvole.
- Mi hai stancato con le tue cazzate.
Ecco c’eravamo di nuovo: le solite storie sul matrimonio in rovina, sulla fanciullezza che è andata.
Senza farsi mancare la mancanza di stimoli nello stare insieme: proprio quello che voleva evitare.
Tutte cose che non si conciliavano affatto con la sbornia e la stanchezza.
E invece no.
- Domani mattina me ne vado da mia madre: ho il treno alle 8.
Bene, finalmente una buona notizia. Certo, organizzarsi per gestire i bimbi sarà difficile.
- E porto i bimbi con me. La settimana prossima iniziano le vacanze di Natale. Piuttosto che farli stare con te li tolgo anche dalle scuole.
Bingo. Mi sa che dovevo ricredermi: Dio esisteva sul serio.
-Va bene, se è quello che preferisci non posso biasimarti. Forse è meglio per tutti. Allora ciao.
Voce sommessa e sguardo a terra mentre chiudevo la porta dietro di me: un pizzico di pietismo, senza esagerare.
Adesso però, non c’era tempo da perdere.
Se si dava una mossa avrebbe raggiunto il bar della stazione prima della chiusura.
Era un po’ lontano, ma la barista…che ve lo dico a fare.
Si prefigura una scena
a base di funghi trifolati
e polpette infarinate e saltate nell’olio bollente.
Occhi che sbavano
guardano verso il fuoco
che inzuppa le orecchie
nel suono della cottura.
Troppo profumo,
quasi
il naso è sazio
prima di mangiare.
Una birra sgonfia
tutto
o più o meno
di quei tre sensi
che si dannano a sentire.
Per niente.
La lingua suda acquolina alcolica
fa festa
come un poppante davanti a una bella tetta,
di mamma o di altre
è buona uguale.
All’appetito manca
il tatto.
Forse è per questo
che bisognerebbe mangiare
con le mani.
Oggi ho incontrato un Luogo Comune.
Era in una delle scuole che giro per lavoro.
Era lì, dietro al vetro di un gabbiotto proprio all’entrata dell’edificio principale.
Vestito nero di bassa qualità, camicia che sfidava le leggi della fisica per non esplodere, calzino bianco molto corto su mocassino nero: effetto vedo/non vedo riuscito.
Colpito.
Il Luogo Comune, dicevo, era lì, seduto, mentre alcuni aspiranti luoghi comuni lo stavano ad ascoltare: d’altronde lui era il primo tra tutti, non poteva essere altrimenti.
“Perché ho detto quello che dovevo dire sia al sindacato che a Loro, mica le mando a dire, io! Se avessero fatto tutti come me non ci saremmo mica trovati in questa situazione, in mano a Quelli!”
E giù cenni d’assenso degli aspiranti luoghi comuni al Luogo Comune, che come donna abituata ai corteggiamenti si scherniva: con una mano sfogliava distrattamente il giornale con l’altra controllava che giù nei piani bassi tutto fosse al proprio posto.
Che maestria nei movimenti!
Colpito.
Pur estasiato da siffatto esempio di professionalità e dedizione alla causa, ritorno alle mie faccende, con l’immagine del calzino bianco rivoluzionario.
W la lotta, w il lavoro, w gli ideali, ripetevo tra me e me.
Poco tempo dopo mi ritrovo nuovamente nell’area centrale, di competenza del Luogo Comune.
Ad essere sinceri speravo inconsciamente di incontrarlo, ma Lui non c’era.
Il Luogo Comune era sparito.
Che fosse impegnato in qualche cosa di utile alla società?
Che fosse andato veramente a dirne quattro a Quelli lì?
Che il mio Luogo Comune non fosse realmente tale?
Ero smarrito, quasi rassegnato all’evidenza, quando d’improvviso ecco che la porta della mensa, inaccessibile a tutti a quell’ora, si aprì di slancio, ricordando i battenti di un saloon.
Eccolo lì, bello come il sole, l’orgoglio dei luoghi comuni, il John Wayne del distretto scolastico: avanzava deciso, ma comunque sorpreso di vedermi.
Che bello, il Luogo Comune esisteva ancora!
Un pezzo di banana gli fuoriusciva dalla bocca, nelle mani ne teneva ben salde altre due, quasi fossero pistole.
“Ne vuoi una?”
Colpito.
E affondato.