____ 80 ____

mediocrazia

è stancante
essere ripugnato
da ciò che
sui giornali
anzi, non leggo più

l’ultima,
di riammettere
gli esclusi
in minuti
trentacinque,
di notte,
quando la coscienza dorme
e il sogno vigila

ecco
la sogliolina putrida
riaperta
ai politifanti
trombati dalla propria incuria
sciatteria
incapacità

l’ultima,
imbroglio
di un malgoverno
malmostoso

chissàperchèmai
viviamo
senza rivoltarci

dov’èfinitomichiedo
lo spirito leggero
che ci ispira
quando qui
diventa rivoltante

incapaci noi
e sembra il titolo di un pezzo
di sanremo,
di reagire
agli assorbiodori

guardo e la vedo
avanza senza timore
senza ostacoli
e inciampi

è una marcia marcia
marcia dentro

guardo e la riconosco
nel vicino
nel portinaio
nel borghese
e nello specchio

chissàforseungiorno
ci stancheremo di essere
stanchi
e rinasceremo
rivoltosi
tutt’inunrespiro.

 

 
 

____ 79 ____

mosso stato civile

La casa è al quinto ed ultimo piano, edificio B, diciannovesimo secolo.
Quando sono nel mio letto e guardo il soffitto vedo il cielo, di giorno quadro con nuvole o turchino, di notte nero, nero con luna o nero con stelle.
La scelta dipende dal tempo, e anche in questo caso è vero.
Non abbasso l’oscurante, guardo, penso, non dormo, sento il vento che passa forte dal camino; sento la tempesta che si accanisce coi davanzali, sento qualcuno che ride facendo le scale.
Sono tesa, acuta, ho tutti i sensi ancora all’erta, tracce di adrenalina che salgono in superficie, come bollicine,
Dovrei essere stanca, dovrei essere morta.
La partenza della ragazzina bionda ha messo a dimora una parte del mio cervello, acquietato certe ansie, dilatato il tempo, in questi ultimi, furiosi giorni.
Ore in latex, appiccicate al corpo, non lo facevano respirare, lo costringevano, lo facevano sudare di nascosto.
Ho perso molto peso e ho vestiti larghi, indolenti.
La mia nuova condizione è suscettibile di continue modifiche in tempo reale.
Sono veloce, sono desiderabile, sono libera, sono poco disponibile.
Piango orizzontale, rido verticale, commetto stranezze.
Ho parlato con la ragazza del bistrot, la socia della moglie del poliziotto.
Ho mangiato là un pezzo di formaggio e ho bevuto un bicchiere di vino, al bancone.
Mi ha detto che dovrei passarla a trovare più spesso.
Questa sera mi ha chiesto cosa ne pensassi degli animalisti.
L’ho trovata una domanda insolita, per modalità d’inserzione nel discorso.
Per vaghezza d’intenti, per mancanza di associazione di frasi e idee.
Poi mi si è avvicinata e mi ha detto: La cosa che più mi piace al mondo è la corrida.
L’ho guardata, le ho sorriso.
Di tutte le confessioni, mi è parsa la più innocente.
Ho pensato al toro, al torero, alle banderillas conficcate nella carne, al mantello di pelo, nero di sangue, al pubblico, alle orecchie mozzate e alle mie, ancora attaccate, che sentivano che fuori aveva ricominciato a piovere forte.

 

 
 

____ 78 ____

aria di primanera

sensazioni così così:
la vernice fresca della panchina sul gomito
la goccia di miele sul manico del cucchiaio
la buccia dell’albicocca sulla lingua
le calze bagnate dentro le scarpe bagnate
la maglietta fradicia di pioggia quando la rimetti dopo l’intervallo
la puzza stantia di sigaretta quando entri in auto
-meglio fumarne subito una nuova e rinnovare l’odore-
la crema per il sole
i capelli nello scarico del lavandino
i peli di sesso sul piatto doccia
che mi diano ragione quando ho torto e si sa
che mi diano ragione quando ce l’ho ma non ci crede nessuno
il prurito sotto la maglietta che sta sotto al maglione che sta sotto la giacca a vento e tu hai i guanti da sci
un ceffone e poi restare solo
quasi la fine di un bel libro
le gambe troppo magre di una donna troppo bella
quella zanzara di notte
sopportare una persona
uscire in camicia e giubbotto al primo sole di primavera e poi piove.

Ecco,
non dico che adesso mi sento meglio,
ma mi sento.

 

 
 

____ 77 ____

Giro di vita.

Le strade familiari, i cieli di piombo, l’odore di cannella, le case che ho vissuto, i gatti neri.
La gente di cui non ricordo il nome, il dialetto di mia nonna, l’autocritica.
I giudizi sottovoce, il film muto della pianura lungo la A14, le finestre socchiuse contro tutto quel mare, i libri impilati e mai letti.
La rassegnata accettazione della pioggia, a piedi fino a San Luca, scucirsi di dosso la delusione, i cambiamenti.
Chiedere scusa e non crederci, l’apnea, una barricata di bugie, perché un giro di bassi basta a strizzarmi il cuore?
Le bici originali degli anni ‘70 mica quelle che ti spacciano per, sedersi a tavola e sentirsi a casa, 22 giugno in treno, la felicità che a volte ti coglie nel sonno.
La sfiancante certezza che non sia ancora il momento, i vantaggi di una doppia vita per non parlare di una tripla, tornare a credere in qualcosa, è tempo di cambiare, ancora.
Svegliarsi sventolando su una spiaggia, le scarpe lasciate sul pontile, il suono delle sartie, quanta inutile da zavorra di cui liberarsi.
Sbagliare con consapevolezza, disfare le valigie, aprire una vecchia scatola, non chiudere mai con il passato.
Il senso di possesso, le mani in faccia, il silenzio sfrontato come un urlo in chiesa, il carisma di pochi, i riccioli biondi di mia sorella, non so altro di lei, ridatemela.
Le albe allucinate, la punta rossa della sigaretta, le lenzuola sporche di rabbia, le cose che cambierei se solo.
La noia, l’entusiasmo, la noia.
I film in lingua originale.
Il mare in sala da pranzo.
Tu che mi conosci ma non mi sai.

 

 
 

____ 76 ____

a b kì

mangi kiwi

ti svegli
e pensi
kiwi,
yogurt kon kiwi
per essere prekisi

skortiki vivi,
kiwi freski
ke gusti
e kiwi
andati a male
ke skifi
kon sguardo profondo

per te
i kiwi
non sono tondi
sono ellittiki
e
non rieski a trovarne uno
perfetto
anke in un kestino di dieki

l’emotività
intestinale
ti porta kredere in kiwi

poi
ti alzi
e fumi una sigaretta

saprà di ke
mi kiedo?
di kiwi?
troppo fakile

meglio pensare
kissà dikessà

poi spegni la sigaretta
nella bukkia di un kiwi
e mi kiedo
kome puoi fare del male
a ki è kosì
importante per te?

e kuesto mi disorienta
kosì
kome molte altre kose
di te.

ma ti voglio bene,
kome sempre
kome non mai,
lo stesso.

 

 
 

____ 75 ____

Sai, la notte ti guardo, seduto sul mio turgido dolore e ti fisso perché non sai che posso vedere come i gatti e la mia pupilla si dilata così da elemosinare pezzi di luce, che rendono la mia stanza un cinema segreto e mi scuotono fino a farmi cadere, così tu sorridi e diventi il rifugio del mio giorno.

 

 
 

____ 74 ____

Sidol&Primavera.

Fine anni Settanta.
Un letto a castello per sognare in duplex.
Nel letto di sopra, mio fratello assorbiva i sogni più sani, lasciando a me il resto; entità che rimbombavano tra la tappezzeria psichedelica e la moquette (se non ricordo male) arancione.
Incubi, in sostanza.
E poi arrivava la domenica del rame.
Senza preavviso, nel riverbero dell’alba, mia madre si metteva a schiodare la composizione di pentole dalla parete della cucina.
Annerite dal fumo delle sigarette, dai peti natalizi delle mie zie e dai sacramenti che tirava mio padre a cena, era per loro giunto il tempo della lucidatura.
E così, la carenza di sogni e il lamento di quel metallo, nel suo commiato all’adorata parete, mi obbligavano al risveglio.
Sempre ero il primo a entrare in cucina nella domenica del rame.
L’esercito di pentole mi attendeva disteso sul tavolo.
Materno, l’abbraccio mi consegnava le armi del giorno: Sidol e stracci.
Con gesti meccanici, come se fossi cresciuto solo per quello, mi trovavo seduto per terra, con la prima pentola tra le braccia, nell’atto urgente dello sfregare, del lucidare.
Passavo così la domenica, adulto tra il rame.
Finito, tornavo bambino, nell’urlo della mia infanzia.
E sudato guardavo mio padre, nel brunire del giorno, riappendere quel mondo limpido dai riflessi più profondi. Lo sguardo rapito, per sempre.
La fatica della limpidezza ho scoperto nella domenica del rame.
Ed è in questo marzo, lontano 30 anni da quei muri e da quel rame, che mi sorprendo nella nuova primavera.
La notte dalla finestra aperta, senza un fratello sulla testa, mi porta le urla della vita, dall’infanzia del cosmo.
Le rondini come stracci spazzano il cielo, i miei occhi pieni di verderame riconoscono la fatica della natura, la fatica della limpidezza.

 

 
 

____ 73 ____

Mi ricordo

mi ricordo il bagno alla sera
l’asciugamano bollente
il profumo del borotalco
mi ricorda mia madre

mi ricordo la discesa in bicicletta
la riga verde del prato che sfugge
il muro in fondo che sta lì
me lo ricorda una cicatrice

mi ricordo gli uomini correre
il fumo dei lacrimogeni
l’orologio perso nella fuga
il fiato spinto nella foga
la polizia
i capelli delle donne
correvano anche loro
i capelli, intendo
perchè le donne è chiaro che correvano
non c’era da fare
c’era solo da scappare via

mi ricordo la nebbia del bar
la saracinesca abbassata
il piano din din
che suonava da solo, mi sa,
che il pianista chi se lo ricorda
ubriachi tutti
di gioia di amore di sesso
di stare lì e non altove

mi ricordo in bianco e nero
la finestra aperta
la guerra fuori
varsavia fuori
lei china su di me
io pronto a morire

mi ricordo camminare nel fango
nella neve
nella pioggia
nel vento
nella più bella libertà
che il sole possa illuminare

mi ricordo la lentezza di salire
la sveglia nel rifugio
l’odore della branda e della coperta
i ramponi e il ghiaccio
il sole lassù, quaggiù e pure qui
il brucio sulla faccia
e la velocità discesa
sdraiato sul sacco della spazzatura

mi ricordo l’automobilina a pedali
la casa senza colore
il corridoio lungo
lo scarafaggio sul cofano
l’urlo
lo schianto sullo stipite della cucina

mi ricordo che ti ho vista dal balcone
alzare lo sguardo
abbassare la guardia
che ho visto il tuo viso sorridere nel buio pesto
mentre facevi l’amore
a me
e solo a me, facevi l’amore

mi ricordo camminare sopra il molo
sopra il mare
senza meta se non la sua fine
una scoppola in testa
gli scarponi in mano
uno zaino un sacco a pelo un’arma
fumo una sigaretta e poi vengo

mi ricordo insegnarti a parlare
a camminare
a correre ridere sognare
a essere donna
a essere uomo
a essere tu

mi ricordo la doccia al mattino
il gusto del vapore
il rasoio il pennello le barzellette
il sorriso
mi ricorda mio padre

mi ricordo

mi ricordo
che proprio ora
devo andare.

 

 
 

____ 72 ____

Non credo

suppongo
che tu creda in te stesso

sarebbe strano
altrimenti
un dio
che non creda in dio

ma scusa
supponiamo che tu creda in me
in quanto tua creatura
e che anche io
creda in me
in quanto mia creatura

ma
non creda in te
in quanto creatura tua e non mia

come la metteremmo
a questo punto?

sarei più credibile di te?
perchè siamo in due a credere in me?

e uno solo a credere in te?

non è male
la teoria
però

anche se
secondo te
questo sarebbe male

altro è il bene
secondo te

ma questo è quello
che credi tu
e che non credo
io
e dunque
la teoria resta mica male

secondo te
mica male
equivale a
mica bene?

cioè
basta dire
mica
e tutto si uniforma
conforma
appiattiforma?

comunque
la farò breve
leggi qua:

dio crede in dio
quindi
crede in se stesso.
quindi
chi crede in se stesso
è come dio

io credo in me stesso.

sono io dio?

caspita,
chi l’avrebbe mai creduto

mica io
e mica tu.

 

 
 

____ 71 ____

Manca poco.
Alla fine di un primo tempo, a che la pioggia smetta, all’estinguersi degli occhi tuoi di brace, della sigaretta.
Manca poco che tutta la città si rabbui come gli occhi degli scontenti, come questo sorriso perfetto che un giorno sarà denti e polvere di cristiano, d’ateo, agnostico, ebreo e musulmano.
Manca poco al cadere della sera, all’arrivo della primavera, a questo caldo inusuale che rende ridicoli i ghiacciai.
Non c’è più tempo per aspettare, per collegarsi e per decidere quale strategia, quale tecnologia, il popolo da fottere e quello d’ammansire.
Vedi? Avevo fatto scorta di watt per i tempi bui, ma tutti quei discorsi e quelle informazioni mi hanno confuso e disarcionato ed ora resto con la bocca aperta, che manca poco che la chiuda.
Manca poco, sì, all’eclissi delle iridi, alla fine dell’oppio, alla rivolta dei popoli che aspettavano pane e giustizia.
Manca poco all’estinzione di ogni tipo di energia, al seccarsi per sempre della terra, della lingue, delle bocche, delle fauci.
Manca poco alla fine dell’emergenza, all’inutilità del carburante.
Manca poco al silenzio quello grande, disorientante. Alla resa del firmamento, alla futilità del malcontento, alla rivolta celeste, al nero, alla fine dell’azione e del motore, al nulla spazio temporale, manca poco e finiremo in un lampo, senza né gloria né annunciazione, senza benedizione, senza scampo.
Manca poco alla cancellazione della storia nel vuoto orrido dell’ovvio.
Io sono qui e nemmeno vado, ma continuo a pedalare e prego e impreco e non mi aspetto nulla.
Che il padreterno diventi Madre, almeno per un momento, dando la possibilità a questo mondo, di rinascere con o senza pentimento.